venerdì 24 febbraio 2017


IL KAFENEIO 2
         Sostava spesso nei “kafeneio” che incontrava nel suo girovagare, a volte senza meta, altre, con scopi programmati ma scegliendo percorsi sempre diversi e spesso casuali.  Amava bighellonare, ammirare i paesaggi, fermarsi ove la curiosità lo stimolava: un dirupo, una spiaggia, una caverna, un kafeneio  squallido, una “taberna” sotto una pergola di buganvillea,  un monastero, un santuario, una chiesa costipata di fedeli o una spersa fra i monti e vuota come un portafogli. In tutte però vi si trovava sempre un trespolo per le candele di suffragio, di svariate misure a seconda della fede, che poteva arrivare fino a due metri e forse anche più. Anche lui un giorno si senti “in odor di santità” ed accese la più lunga che trovò .
          In genere le poche indicazioni  lo costringevano a percorsi lunghi ed estenuanti su strade sconnesse o addirittura appena tracciate: le forature erano sempre in agguato, e non solo quelle. Ormai il meccanico Manolis, quando lo sentiva arrivare, perché Al con quella marmitta da F1 si sentiva da lontano, si fregava di sicuro le mani. C’era sempre un pezzo da cambiare.   Ogni volta che Al arrivava lui lasciava il lavoro in atto, si strofinava le mani sui pantaloni, allungava il gomito perché non si sporcasse le mani
“Che ci sarà?”
“Ci sarà che questa macchina è piena di problemi” rispondeva spiegando cosa avesse l’auto che non andava.
Manolis allora stendeva un nylon sul sedile, entrava e lo spostava indietro sino a fine corsa e, messa in moto,  posizionava l’auto sull’elevatore. A macchina sollevata s’intrufolava sotto poi emergeva dicendo:
“Problema”
“ Si lo so che c’è un problema ma tu sei il meccanico e lo devi risolvere”
“Io non risolvo, trovo problema e faccio”
Evidentemente non conosceva il significato del verbo risolvere.
Una volta terminato il lavoro andava a provare l’auto. Forse era il rombo della marmitta, forse le ruote da tamarro che stimolavano il suo innato desiderio di correre, fatto sta che lo si sentiva scalare le marce ed accelerare, come un novello Shumi, sui tornanti della collina alle spalle dell’officina.
         Ritornato dalla prova, scendeva soddisfatto, ancora un’occhiata all’auto con piglio professionale, e consegnava le chiavi. Al allora chiedeva:
“Quanto spendo questa volta?”
“Ligo, ligo” (poco,poco).
 Rispondeva. Ed Al si meravigliava perché non era assolutamente caro.
“Forse mi ha preso in simpatia o aspetta la botta giusta”.
         Un fine settimana decise di andare a visitare una chiesetta bizantina dalle parti di Amari, verso il Psiloritis, sperduta in una valle e nascosta da querce secolari. Senza indicazioni di sorta e senza copertura di rete per google maps, con una gomma che lentamente si sgonfiava  e lo preoccupava non poco, raggiunse la destinazione dopo una mezza giornata di tentativi. Vi trovò due francesi: un lui ed una lei, tutt’e due con i capelli lunghissimi che non subivano uno shampoo da parecchio tempo. Pensò.
         “Podisti improvvisati.”
         Entrambi senz’acqua e qualcosa da mettere sotto i denti, stavano  seduti su una piccola e malridotta pietra da macina. Quando lo videro sopraggiungere, animati di nuova energia, si eressero e alzando le braccia al cielo si rivolsero ad Al nella loro lingua.
         “ Buon Dio, per fortuna che è arrivato Lei”
         “Perché?  Che vi è successo. Vi siete persi?”.
         Rispose guardando i due più simili a dei profughi appena sbarcati sulle coste italiane che a dei turisti. Le scarpette ginniche da passeggio, sporche e malridotte, senza calzini e senza berretto, la dicevano lunga sulla loro conoscenza del trekking. Le magliette di due taglie più grandi, con disegni pop, sporche, sbrindellate in più parti ed i calzoncini sfrangiati li facevano apparire magri, patiti: gente di un’altra epoca. Un attimo di perplessità, doveva raccapezzarsi.
         “Forse mi son perso qualcosa o forse mi son perso i negli anni ‘60”
         “Un ritorno al passato, come nei film. Un salto temporale”.
         Ad al sembrava proprio di vedere quei personaggi, che sul finire degli anni ’60, incontrava per strada quando, in moto, percorreva  lunghe distanze per una capatina a Parigi, a Lione, ad Amsterdam o Copenaghen, a Francoforte o Monaco, oppure nei paesetti dello Schwarzwald, dove aveva alcuni amici. Qualche volta inforcava la Benelli 650 S2 per raggiungere,  a Milano, zona Brera per farsi un caffè. Lì non mancavano le tardone che aspettavano il giovinastro giusto per una scopata ginnica.
         Sull’autostrada scatenava tutta la potenza della moto, il suo orgoglio, allora negli anni ’70 ce n’erano poche di grossa cilindrata, andava all’andatura media dei 200 all’ora: adrenalina pura.  In quei giri vedeva spesso giovani come lui, tutti con lo zaino in spalla ed il braccio teso con il pollice all’insù a chiedere un passaggio. Non gli era mai piaciuta quell’aria da accattoni anche se pure lui, a volte, praticava l’autostop.
         “Almanco i fusse neti” (almeno fossero puliti).
         Era l’esclamazione ad ogni incontro.
         Anche questi due puzzavano, di sudore ad onor del vero, e non di “cristiano rancido” come amava appellare quelli che giravano l’Europa a sbaffo.
         “Ci dà un passaggio al paese più vicino, sì da prendere un autobus, siamo sfiniti e senz’acqua?”
         Al li guardava e non rispondeva. Pensava alla ruota che si stava sgonfiando un po’ alla volta. L’aveva fatta rigonfiare tre volte negli ultimi giorni e, recandosi  lì, aveva sentito che l’avantreno sbandava un po’ nelle curve. Bisognava sostituirla e quella era l’occasione buona.
         “Manodopera e ombra delle querce a gratis”.
         Loro, un po’ basiti, attendevano risposta. Non sapevano come interpretare il silenzio di quello straniero che li fissava e taceva. I due francesi si misero a parlottare tra di loro guardando ogni tanto, di sottecchi, Al che, vestito della tuta leggera da softair, quel giorno gli piaceva così, se ne stava lì impalato a osservarli.  Considerava pure quanto i francesi disprezzassero gli italiani e gli sembrava, se pur minima, di avere l’occasione di una piccola rivincita.
         “Va bene.” disse in francese presentandosi.
         “Io sono italiano e mi chiamo Al, prima di partire però c’è un piccolo problema da risolvere”.
         Lo guardarono stupiti e con aria interrogativa.
         “Bisogna sostituire una ruota, mi aiutate?”
         Lo guardarono annuendo e intanto si sfilarono gli zainetti.
         “Perché poi? Tanto sono vuoti. Che se li portano a fare se non ci mettono dentro neppure una bottiglia d’acqua”.
         Lui era un classico francese, alto, magro, con gli occhiali, il naso sottile e aquilino; lei bruttina e sciatta, con i capelli lisci e cadenti come quelli delle figlie dei fiori che, ricordava, si cingevano la fronte con coroncine di margherite.  Non sembravano persone da compagnia: troppo demodè, troppo altrove, troppo appiccicati l’un l’altro.
         “Forse sono degli insegnanti”.
         Andò alla macchina. Si stese sotto il bagagliaio ed iniziò a svitare il trespolo che reggeva la ruota di scorta della sua Peugeot 206, acquistata usata. Era anche convinto di aver preso una sonora trombata: tremila euri per quel ferro.
         Steso a terra armeggiava con il dado della gabbia che conteneva la ruota. E intanto pensava.
         “Il dado fa fatica a svitarsi, il posizionamento del vano chiave sul cruscotto è nascosto dal volante, situato in nicchia e difficile da trovare, i pulsanti per l’ apertura dei cristalli troppo arretrata e quasi sotto il freno a mano, col sole poi il cruscotto si rifrange sul vetro, il radiatore dell’aria condizionata è troppo attaccato a quello dell’acqua e c’è uno scambio termico che fa funzionare male ambedue e per finire, la maniglia per l’apertura del cofano è da cercare come in una “caccia al tesoro”.
         “Accidenti ai francesi”.
         Persino l’elettrauto aveva chiesto aiuto per aprirlo.
         Un amico, che un giorno aveva guidato l’auto perché non amava la guida disinvolta di Al sortì:
         “questa macchina, di sicuro, l’ha progettata un idraulico”.
         Tolse quindi la gomma, tiro fuori il crik e la scatola delle chiavi e la gettò su un panno che aveva steso a terra. Posizionò l’attrezzo ed iniziò a sollevare l’auto non prima di aver allentato i dadi. Loro stavano li a guardarlo.
         “Non fate niente? Niente lavoro niente passaggio. Conoscete, vero, lo slogan del Martini?” Rivolgendosi a loro in tono aspro.
         Lo guardarono senza capire ma si chinarono prontamente sulla ruota e finirono di svitarla. Al capì che doveva ordinare loro tutto ciò che dovevano fare.
         “Questi no ga mai vuo na machina, i xe sempre ndai a piè”.(questi non hanno mai avuto un’auto, sono sempre andati a piedi)
         Li seguì passo passo.  In piedi dietro di loro indicava i lavori da eseguire. Alla fine controllò la tenuta dei bulloni e li guardò.
         “Bravi, avete fatto un buon lavoro, ora possiamo andare”.
         E porse loro la sua bottiglia d’acqua. Bevvero con avidità.
         “Casso! I trinca come camei !”. (cazzo! Bevono come cammelli).
         Allora tirò fuori pure la busta dei sandwich e la porse loro che, increduli, azzannarono la “bubana” (1)con vero piacere.
         Una volta rifocillati, Al li fece sedere dietro.
         “Almanco no zento a spussa del suore”. (almeno non sento il puzzo del sudore).
         Loro lo intesero come un gesto di cortesia.
         “Mejo cuzì”. (meglio così)
         Lentamente, poiché il ruotino di scorta non permetteva velocità, si avviarono alla volta di Amari e poi verso l’unico lago di acqua dolce di Creta, percorrendo tutta la valle verso sud-est. Qui fecero una breve sosta per ammirare le acque cristalline e Al offrì un caffè da “Gidospito”.  Naturalmente loro non si offersero di pagare.
         “ Questi se come i marsigliesi o quei da Montebeuna, un brazeto curto e uno longo”.(costoro sono come i marsigliesi o quelli da Montebelluna, un braccio corto per dare ed uno lungo per avere).
         Ripresero il viaggio e Al li scarico sulla New road, ad una fermata per autocorriere. Alcuni saluti, alcuni convenevoli. Scrissero su un foglietto i loro nomi e i rispettivi numeri di telefono e porgendolo si dissero felici qualora, passando da loro, parti li avesse chiamati.
         “Ok”.
         Fu il commento asciutto di Al che salì in macchina e si diresse alla volta di casa gettando il foglietto sul porta oggetti. Tanto non sarebbe mai più passato nelle vicinanze di Lione e se anche fosse successo, di sicuro non avrebbe fatto la telefonata.
         Aveva voglia di fare una doccia, togliersi di dosso la polvere e la stanchezza. L’acqua calda lo rinvigorì ma aveva addosso tanta spossatezza che preferì buttarsi sul divano a riposare un po’ e leggere. Più tardi avrebbe fatto un salto in paese al kafeneio.
         Lì aveva realizzato le prime conoscenze di Ag. Paraskevi. Le due bariste più una, cioè le due belle: Eleni, la greca ventiquattrenne e Lavy,  la moldava trentacinquenne, infine Erika, la greca abbondante sia di culo che di simpatia.
         Sempre al bar aveva pure conosciuto il lato gentile dei greci maschi: Mihaili curioso ma cortese, Stavros disponibile a qualche lavoretto di muratura pur di arrotondare, Costa in perenne discussione col fratello Hektor ma che ogni sera, con l’aiuto di Varsos, si rappacificavano e offrivano rakì agli amici presenti ed infine Niko. Piccolo, magro con cinquantacinque mal portati diceva di conoscere il tedesco ma lo pronunciava che suonava comunque greco o ostrogoto.  Del suo linguaggio Al percepiva tutto ma capiva solamente una parola su dieci, sia che parlasse greco, inglese o tedesco e doveva fargli ripetere più volte la frase. Niko, di rimando, rideva.
         “Tu non conosci il tedesco bene come me”.
         Ciò capì Al alla terza ripetizione.
          Provava con impegno a comprendere il lessico, l’idioma di quel personaggio perennemente ubriaco, che un giorno gli portava in omaggio un litro d’olio della sua “farma” ed un altro un litro di vino, sempre della sua “farma”. Lui però non aveva una fattoria.  Al ricambiava offrendogli “raki” che Niko trangugiava con avidità.  Qualche volta si accordavano  per un passaggio fino a Rethymno, Niko infatti aveva solo un variopinto ciclomotore di targa e provenienza ignota, che non sempre funzionava.
         Succedeva che, a volte, lo incontrasse in città; nei giorni di sole si spostava a cavalcioni del suo “motore”. Il rapporto di misura tra Niko ed il ciclomotore era pari ad Al con la sua vecchia Benelli.
         Quegli incontri originavano saluti e abbracci a iosa. Si appiccicava e voleva assolutamente insegnargli qualcosa di Creta o della città.
         Un dì di pioggia gli diede un passaggio. Si era fermato al kafeneio per un cappuccino e per salutare le sue amiche. Niko era lì sconsolato poiché non poteva recarsi in centro: diluviava, era primavera.
         Per tutto il tragitto non fece altro che ringraziarlo in greco, in tedesco ed in inglese.  Arrivati al parcheggio Al era convinto che Niko se ne andasse per suo conto, invece se lo trovò sottobraccio che si riparava sotto il grande ombrello che teneva sempre nel bagagliaio. Era ottimo per la pioggia ed, in spiaggia, per il sole.
          Al caffè della “porta grande”, così chiamavano l’arco veneziano che dava l’ingresso alla città vecchia,  dopo avergli offerto un primo rakì, nell’inutile tentativo di toglierselo di torno, subì la pressante  richiesta di rimanere in compagnia “dell’italiano”. Così lo chiamava quando aveva ecceduto con l’alcool.  Al accondiscese controvoglia.
         Volle condurlo dal sarto  ove si era fatto accorciare un paio di pantaloni nuovi. A malincuore accettò l’invito, aveva alcune cose da fare per conto dell’amica italiana e, per sbrigarsi, prese per una manica il piccoletto e si fece indicare la strada trascinandolo poi, accelerando il passo.
         Arrivarono dal sarto con i piedi inzuppati nelle scarpe che pompavano zampilli ad ogni passo, tanto era forte il piovasco.
         Il negozietto: una bottega su una laterale  della Antistaseos, dotata di una scaffalatura in mogano dove facevano bella mostra pezze di stoffa vecchie ma di ottima tessitura, una macchina da cucire a pedale tipo Singer di fronte alla vetrina, un tavolo con su steso una coperta come fondo per stirare ed un ferro da stiro anni ’50 col manico di legno e la spina in ceramica.
         “Dallo spessore della piastra peserà cinque chili”.
         Quando stirava, per accomodare le balzane, lo vide fare sui pantaloni di Niko, stendeva una pezzuola di cotone a protezione del capo, gialla per le bruciature e, poggiando il ferro sul capo, vi ci si appoggiava sopra di peso con le mani sovrapposte una sull’altra sul manico del ferro. Si alzava sulle punte dei piedi per esercitare maggior pressione spruzzando prima  abbondante acqua nebulizzandola con uno spruzzino di quelli che si usano per la pulizia della casa. I pantaloni nuovi vennero poggiati sul tavolo ancora fumanti di vapore, accorciati e stirati.
         Niko non stava nella pelle, voleva provarli.
         “Mi devi dire se sto bene, se ho fatto un buon acquisto”
         Esordì invitandolo ad assistere alla prova. Tolse le scarpe allagando il pavimento . I calzini gocciolanti li posò su una sedia.  Si sfilò i pantaloni della tuta Adidas,  indossava quella come capo per la città e rimase in mutande: minuto, con le gambe magre, corte, pelose e storte sembrava un granchio zoppo.
          Intanto il sarto prese i calzini di Nico e li strizzò fuori dalla porta, poi toccò ad Al di togliersi le scarpe e consegnare le calze. Dopo la strizzatura il sarto ci poggiò sopra il ferro per sciugarli.
         “Molto gentile”.
         Al ringraziò per quella accortezza e rimase a piedi nudi sul pavimento di legno.
         Niko aveva già indossato il nuovo capo. Il risultato era fin troppo evidente: c’era il solo cavallo tanto erano corte le sue gambe e il girovita troppo largo  faceva scivolare i pantaloni sotto la pancia.
         Orgoglioso si girò verso l’amico per chiedere il suo parere.
         “Si Niko, ti stanno bene, fai bella figura”.
         Mentì spudoratamente Al guardando il sarto con aria interrogativa. Questi fissò il cliente, si avvicinò facendo il giro del tavolo, si accucciò e diede due strattoni ai pantaloni  tirandoli verso il basso, con tanta veemenza da accucciare il pover’uomo e lo lasciò con le mutande alle ginocchia ed il dondolo penzolante. Perplesso li prese, poggiandoli piegati sull’avambraccio, si sedette al tavolo e con forbice, ago e filo spostò l’ultimo bottone.
         Rifece fare la prova. I pantaloni stavano su ma un rigonfiamento esagerato sulla patta dava la sensazione che Niko fosse superdotato. Lui si guardò allo specchio, notò con evidente stupore e soddisfazione la protuberanza e, con gioia mal celata, chiuse indice e pollice in segno di approvazione. Simulando l’andatura di un modello Al enunciò con enfasi.
         “Ti farai ammirare da tutte le donne!”
         Non stava più nella pelle, voleva uscire indossando i pantaloni. Al lo convinse che il completo composto da casacca della tuta, pantaloni nuovi e scarpe ginniche sporche di malta non erano forse l’abbinamento più adatto per fare bella figura. A malincuore il piccoletto accettò il consiglio e si fece avvolgere in una carta da pacchi l’indumento e se lo mise sottobraccio. Al intanto, infilati i calzini e calzate le scarpe, esaminava le pezze. Niko lo osservava.
         “Perché non ti fai fare un vestito?”
         “No, non ne ho bisogno”.
         “Qui costa poco e, hai visto, il sarto è bravo”.
         “No Niko, forse un’altra volta, ora devo proprio andare, mi aspettano, ti ho detto che ho un appuntamento con l’ingegnere”.
         “Ma prima beviamo qualcosa assieme”.
         “Abbiamo già bevuto a sufficienza l’ultima volta”.
         Qualche giorno prima infatti lui gli aveva fatto da Cicerone in un giro per il centro città accompagnandolo a conoscere i suoi abituali cafeneio. Il risultato fu che Al tornò all’auto ubriaco e dovette stare seduto in attesa che passasse lo stordimento. Niko, che aveva  richiesto il passaggio di ritorno, non capiva che avesse l’amico seduto immobile con le mani sul volante..
         “Stai male?”.
         Chiese insistentemente. E Al, in greco:
         “Ne”.(si)
          Was hast du? (Ma cos’hai?)
         Si espresse in tedesco, poi, visto che Al non rispondeva in inglese boffonchiò.
         “What happen?” (che succede)
         I folti baffi alla greca, che gli coprivano tutta la bocca, filtravano le parole come un torchio le vinacce. Ne uscivano gorgoglii, borborigmi e borbottii astrusi ed enigmatici. Un distillato di tedesco, inglese, italiano e greco.
         Si vantava infatti di aver lavorato in Zvizzera ed in Italia, di aver studiato inglese alle elementari.  Affermava pure di conoscere anche un po’ il russo, imparato in due mesi di lavoro a Mosca con un’impresa romena e lì asseriva di avere moglie e figlia.
         Il suo lessico era un’interpretazione molto personale delle lingue col risultato di produrre un barcollante idioma da ubriaco.
         Pressato dall’insistenza di Niko, Al ingranò la marcia e partì alla volta di Adele trascinando con sé la catena del divisorio del posto auto.
         Niko non si scompose, più che in un abitacolo d’auto sembrava immerso in una bottiglia di rakì.   Quel giorno avevano visitato otto cafeneio e Al aveva conosciuto tutti i beoni di Rethymno.
         Si diressero verso Adele sotto la pioggia scrosciante e si fermarono al cafeneio del centro.  Al non voleva andarci poiché non intendeva farsi vedere in quelle condizioni da nessuna delle tre cameriere.
         “Per un ultimo goccio”.
         Postulò Niko.
         “Questa volta offro io”.
         Predicò col dito indice alzato come se non intendesse ricevere contraddizioni.
         Scesero in fretta e si diressero di corsa verso il bar.
         Eleni li salutò con la solita grazia ed una punta di curiosità apparve nel suo sguardo interrogativo quando li vide entrare in coppia. Al sorrise e con un’alzata di spalle e allargando le braccia ammise la sua impotenza nei confronti di Niko.
         “Che ci vuoi fare, è tutta la mattina che mi fa bere”.
         Al la guardò con interesse. Era bella come può esserlo una mora greca: longilinea e ben fatta, i seni piccoli e la bocca carnosa.
         “Da baci”.
         Sempre pronta, accorta e gentile senza essere servizievole. Aveva sempre una parola ed un sorriso che modulava a seconda dell’avventore. Si accostava, poggiava la mano sulla spalla del cliente e con l’altra  serviva il caffè ed esclamava:
         “Gia sou” o “oriste” ,(1) e se ne andava sculettando nei collant attillati e variopinti.  Era sempre curata nel vestire anche se un po’ puttanesco. Schiena e spalle scoperte da t-schirt  attillate o camicette vaporose scollate al punto giusto. A volte, gonnellini ad altezza topa facevano intravvedere la congiunzione delle gambe.
         Quel giorno una  tunica rossa le copriva la schiena e calzava degli stivali sui collant neri che mettevano in risalto le lunghe gambe accentuate dal gonnellino cortissimo.
         “Ci devono passare quattro dita tra l’una e l’altra, questo è il canone! … e lei lo rispetta appieno”.
         Pensava Al guardandole il culo.
         Si eccitava a quello spettacolo.
         Eleni sei proprio una bella donna”.
         Lei rispose con un sorriso mettendo in mostra una dentatura perfetta.
         “Purtroppo sei troppo giovane ed io troppo vecchio”
         “Ma no”.
         Rispose seriamente e replicando.
         “La tua età, la tua cultura, il tuo modo di vestire ed i capelli da ragazzino ti rendono un uomo affascinante”.
         Al, infatti, era sempre spettinato, i suoi capelli brizzolati, nonostante l’impegno profuso quando li asciugava col phon o gli sforzi del barbiere, erano sempre scompigliati e “diritti come spaghi”, come amava definirli sua madre quand’era piccolo.
         “Già, sono affascinante ma non me la dai, quindi troppo vecchi per te”.
         Rispose una volta che lei ripronunciò quella frase in italiano stentato.
         “Non è detto, vedremo”.
         Rispose Eleni una sera che pochi avventori le avevano permesso di chiacchierare un po’ seduta accanto a lui.  Affiancati e appoggiati ambedue con i gomiti al bancone, dal lato riservato ai clienti, seduti sugli sgabelli imbottiti, rivestiti di velluto marron, si guardavano con piacere.
         Il proprietario li osservava curioso e intanto gettava un tronco nel camino. Fuori faceva freddo e pioveva ancora.
         Quel giorno era vestita di una shirt che le lasciava scoperte le spalle e scendeva a mo’ di gonnellino sulle cosce.
         “Io con la cerata da barca sto bene, come fa resistere con quella misera maglietta”
         Pensò e guardandola le rivolse un sorriso dicendo:
         “ma non hai freddo?”
         “Si”
         Rispose chinandosi verso lui e poggiando una mano sul dorso della sua per fargli sentire quanto fredde fossero.  Al invece aveva sempre le mani calde anche d’inverno.
         “Forse per la pressione alta”. Pensò.
         “Azz… ma perché non indossi qualcosa di più caldo?”
         “Piace al padrone ed ancora di più ai clienti. E dopo un po’.”Ricevo più  mance quando mi vesto così”
         “Beh, non mi sembra un motivo sufficiente: ammalarsi per pochi euri”.
         Le prese le mani tra le sue chiudendole a coppa. Lei si chinò ancor più in avanti e poggiando gli avambracci sulle ginocchia di Al si lasciò riscaldare.
         “Non puoi appiccicarti così, sono vecchio ma non sono fatto di ferro”
         Osservava i piccoli seni dalla scollatura della maglietta. Lei si accorse dello sguardo impertinente e da sotto in su lo osservò sorridendo. Non comprese la battuta.
         “Di ferro?”
         Evidentemente la traduzione non era delle migliori. Ci voleva poco … Al s’impegnò in un tradotto più comprensibile. Lei, in risposta gli accarezzò le cosce scivolando con le mani fino alle ginocchia mentre Al non staccava gli occhi dai seni.
         “O ghe piazo o a xe vaca”.
         Mormorò spontaneamente ed Eleni lo guardò con aria interrogativa.
         “What?” (Cosa?)
         “ In this way I get excited”.(in questo modo mi ecciti)
         Lei sorrise scollando i lunghi capelli ed abbassando la nuca fi quasi a toccargli le gambe col viso.
         Il collo sottile, i capelli riversi in avanti lasciavano intravvedere la schiena scollata. Un piccolo neo sulla spalla sinistra attirò l’attenzione di Al che lo accarezzo con la punta delle dita.
         Lei si alzò per tornare dietro al bancone, era entrato un ragazzotto.
         “A xe vaca”.
         Questa volta stette attento e non lo disse ad alta voce ma le rivolse un sorriso.
         Intanto Georgos, il titolare, se ne stava sdraiato su una poltroncina con i piedi su di una sedia rivolti al camietto.
         Servì dell’ Ouzo con ghiaccio ed acqua al ragazzotto che si  sedette all’altro capo del bancone, costruito ad elle attorno ad un largo pilastro in modo da formare due distinte aree.
         Eleni tornò da Al, sul lato più piccolo del banco ed un po’ defilato. Poggiò le braccia conserte sul piano così da fare alzare i seni che apparvero sodi nel loro prorompente candore.
         “Andremo a cena una di queste sere, nella tua serata libera?”
         Non disse di no.
         “Dove?”
         “Dove vuoi tu”
         “E poi?”
         “Poi dipende da te”.
         “Kalà”. (bene)
         Rispose in greco e non disse altro.
         Georgos intanto aveva terminato di attizzare il fuoco e si avvicinò.
         “Ena ellenikò kafè”.
         Al ordinò il secondo caffè, facendo finta di nulla,  mentre digitava sul Samsung S7 una frase sul translator.
         Georgos sorrise, gli andava a genio quell’italiano che consumava caffè a nastro. Al infatti non beveva altro, al massimo chiudeva la serata con un rakì.
         “Eleni fa bon”. (si rende disponibile)
         Elucubrava e proiettava. Pensava però che la ragazza, così piena di vita, non fosse seriamente attratta da lui. Troppa era la differenza di età.
         “Quasi trent’anni”
         La disponibilità dimostrata però lo stuzzicava. Pur nella consapevolezza che, eventualmente, non poteva trattarsi di una cosa seria, un po’ filava col pensiero su questa ipotesi.
         “Magari, saria mejo”. (magari, sarebbe meglio)
         “Chissà cossa che nassaria”. (chissà che ne nascerebbe)
         “Podaria esser na roba granda o na bianca da paura”. (potrebbe essere una cosa grande o un flop pazzesco)
         “Po darsi che a ga voja de sgroparse un vecio latin lover”. (può darsi che abbia voglia di provare un vecchio latin lover)
         Si succedevano, nella testa di Al, pensieri, voglie e perplessità. Più ci pensava e più notava la possibilità di un incontro. In fin dei conti non sarebbe stata la prima volta che si accompagnava ad una giovanissima.
         “Ma son passati anni”
         “Forse il fatto di essere italiano o, semplicemente, ha voglia di qualcosa di diverso”
         Ricordava quando, in giovinezza, aveva accarezzato l’idea di trombarsi la vicina di casa che si faceva anche suo padre.
         Rammentò quando, da militare in quel di Palmanova, città fortificata e militarizzata quale baluardo a nord est contro il blocco sovietico, aveva intrecciato un rapporto con la proprietaria di una trattoria. Ci portò il padre una volta che lo venne a trovare ed un giorno lo incontrò proprio di fronte alla trattoria. Non lo aveva avvisato che veniva in visita.
         “Ciao, che fai qui?”
         Preso alla sprovvista il padre non seppe rispondere.
         Quella volta capì da chi aveva ereditato i geni dell’avventura e della sfacciataggine.
          Lei era più vecchia di quindici anni ma elegantissima, molto piacente e di una sensualità inusuale e prorompente. Lo affascinò oltre ogni aspettativa. Aveva perso la testa ed ogni momento era buono per scavalcare la recinzione di cemento della caserma e correre a tuffarsi nel suo letto. Lei si era affezionata a quel militare tutto nervi e sempre pieno di voglia. Lo copriva quando scappava di notte dalla caserma permettendogli di stazionare la Jeep dell’esercito nel suo garage. Gli custodiva le pistole ed i vestiti, quando lui e i due rondini, andavano a Udine a giocare a boowling.
         “Quindi tutto è possibile”
         La guardò e le fece un cenno. Eleni si avvicinò col vassoio in mano.
         “Quando?”
         “Presto”.
         Si allontanò a servire i nuovi arrivati.
         . Dirigendosi al tavolo pensò a Lavy e a quanto era diversa. Era l’altra cameriera bella, sui trentacinque, di origini moldave,  sposata con un italiano da Torino. Si erano trasferiti a Creta per reinventarsi una nuova vita. Ambedue con alcuni disastri alle spalle, stanchi della complessità dell’Italia avevano intenzione di aprire un atelier molto particolare.
         “L’idea non è male”.
         Si espresse un giorno Al mentre lei raccontava dei trascorsi burrascosi e del desiderio di smettere di fare la cameriera.  Avevano individuato un luogo a poca distanza dall’abitazione che avevano comperato e rinnovato. Nel loro ipotetico progetto,  il locale doveva avere un piccolo bar-caffetteria con il solo bancone ed un grande tavolo con funzione di ufficio dove lei, in contatto con agenzie ed alberghi, forniva collegamenti, servizi e informazioni; alcuni divanetti avrebbero completato l’arredamento.
         Lavy conversava molto con Al e gli dava consigli preziosi su dove trovare questo o quello: la taverna veramente tipica, non turistica e non dispendiosa, il prezzo della legna per il caminetto, l’elettrauto onesto, il falegname per i telai dei quadri.
         Aveva sempre una risposta alle sue richieste e molta disponibilità. Si era perfino recata alla capitaneria di porto per chiedere informazioni sulla licenza della barca di Al da noleggiare ai turisti che avessero avuto voglia di avventura velica. Tra loro si era stabilito un legame molto amicale e rispettoso.  Raccontava della propria vita passata, dell’incontro con Antonio e di quanto quest’uomo avesse fatto per lei, sola e preoccupata in un’ Italia dove non trovava lavori decenti che rispettassero il suo essere donna.
         Lo accoglieva sempre con un caloroso “ciao” e i suoi occhi ridenti esprimevano il piacere dell’incontro. All’inizio un pensierino Al lo aveva fatto ma poi capì l’impossibilità dell’avventura.
         “Troppo legata alla figlia ed al marito e timorosa di rovinare tutto”.
         Considerò Al un dì che voleva proporle un’uscita in spiaggia. Accantonò quindi l’idea di farle una corte spietata.
         “Meglio un’altra amicizia disinteressata ed una conoscenza in più”.
         E chiuse lì il pacchetto delle strategie amorose.
         Quel giorno se ne stette seduto col suo pc sul tavolo nell’angolo del collegamento wi-fi a guardare i frequentatori del bar: gli inglesi che giocavano a biliardo ad un gioco che non capiva, una 125 con strane regole, i giocatori di carte che sacramentavano in greco e quelli che si divertivano “a freccette”.
         Però i capelli biondi, gli occhi azzurri, la terza di seno, le gambe lunghe e diritte ed il culo androgino che faceva sfavillare la fantasia di Al non erano facili da riporre nel cassetto delle memorie.
         “Mah … pazienza”
         Si guardò attorno, il cafeneio si andava vuotando: gli inglesi avevano terminato e riposero le stecche sulla rastrelliera, il perdente pagò ed uscirono; i giocatori di carte, ormai afoni si accomodarono sulle poltroncine per guardare la partita in tv mentre i giocatori di freccette se n’erano andati da un pezzo.
         Al si alzò dalla sedia in ferro col cuscino bombato oltre misura, chiuse il pc poggiandolo sul  tavolino di finto marmo e si avvicinò al bancone sedendosi sullo sgabello. Loro, non avendo altro da fare gli si avvicinarono spandendo sorrisi.
         Chiacchierò  un po’ con tutte e due.
         Verso le undici si apprestava a lasciare il locale quando arrivò Erika accompagnata da un energumeno, forse il  fidanzato o il marito. Aveva deciso di fare una capatina al bar poiché le tre dovevano organizzare i turni settimanali col proprietario. Poiché lui di professione era imbianchino potevano trovarsi tutti e quattro solo alla sera.
         Si appartarono nel retrobar: uno stanzino multifunzione. Era infatti: deposito, cucina, disbrigo, magazzino e zona lavaggio. Discussero animatamente berciando ogni tanto. Uscirono dopo un quarto d’ora sereni e tranquilli.
         Erika venne a salutare e tutte e tre appoggiate al banco da una parte e Al dall’altra intavolarono una discussione su che lingua era opportuno che lui imparasse per prima.
         Al stava, contro voglia, studiando l’inglese con un’insegnante laureata in Italia. Però loro convennero che sarebbe stato meglio se lui, per prima cosa, avesse imparato un po’ di greco.  Erika, belloccia ed in carne con un culo prominente, come certe negre pigmee, ma cordiale e vivace, dotata di un vocione baritonale:
         “te lo insegno io il greco!”
         E rivolta alle colleghe.
         “Siamo a Creta, deve conoscere prima il greco”.
         “Si ma qui si parla molto l’inglese per via del turismo”.
         Ribattè  Eleni.
         Lavy se ne stava zitta e divertita a guardare. Poi …
         “Io ti insegno il greco e tu mi dai lezioni di italiano, il tuo è un italiano classico e mi piacerebbe parlarlo come te”.
         Intervenne Eleni.
         “Allora io ti seguo nel corso di inglese”.
         Erika mollò la presa, non voleva e non poteva competere con le colleghe che si offrivano come insegnanti al divertito Al e poi c’era il compagno che li guardava.
         “Bene, affare fatto”
Replicò Al guardando Erika che, divertita, strizzò l’occhio alle due colleghe.
         “Quando iniziamo?”
         “Lunedì”
         “Al pomeriggio sono libera poiché è il turno di Lavy”.
         “Vuoi vedere che non è solo un modo per intrattenere i clienti”.
         Macchinò Al e ad alta voce ed in italiano:
         “il gioco si fa duro”.
         Guardando Lavy, che l’italiano lo conosceva, le sorrise complice. Lei, alla richiesta di Eleni di tradurre, ammise menzognera, che non aveva capito.
         “ Ben! A tien el mocoeo” (bene! regge il moccolo)
         Intanto Eleni, con l’indice, tracciava dei segni sul bancone.  Lavy guardava e, schermendosi, con la mano sulla bocca, sorrideva compiaciuta. Al non capiva, si poggiò col gomito per girarsi meglio e comprendere i segni.
         “ Un cuore?”
         “No”
         “Ah”. S’illuminò.
         “Bene, bene”.
         Elleni sorrise.
         Al cavò allora dallo zaino, che aveva sempre al seguito, il blocco dove scriveva e disegnava in ogni dove ed in ogni momento ed aprì le pagine sugli schizzi del giorno. Amava dipingere e coglieva ogni momento di tranquillità per disegnare a matita. I bozzetti originavano poi idee per composizioni. Schizzava su ogni foglio che aveva a portata di mano: a volte su tovagliette al bar o sulle tovaglie di carta delle taverne che poi portava con sé.  Lo zaino traboccava di fogli ordinatamente piegati e riposti.
         Tracciava profili od ombreggiava immagini che trattavano lo stesso tema  anche se lo illustrava con tecniche diverse. Dagli schizzi poi traeva l’idea per comporre un quadro dove maestria e tecnica rendevano l’immagine intrigante, piacevole e stimolante. Dipingere era una delle sue passioni. Aveva partecipato a parecchie mostre e tenuto personali. Un discreto successo aveva coronato quell’inclinazione. Un noto regista aveva persino presenziato ed introdotto una sua personale a Venezia.
         Mostrò quindi gli schizzi alle due ragazze che esaminarono le immagini con interesse e sorpresa,  esclamando “oh” a ripetizione ogni qualvolta Al girava pagina.
          Una sequenza di organi maschili e femminili,  intrecciati, avviluppati, intessuti, aggrovigliati, intricati e avvolti. Spesso divergenti e convergenti ed in numero dispari.  Ad Al piaceva fantasticare sul terzo o quinto incomodo. Costruiva scenari metafisici, fantastici: “Cosmi spermatozoici”, così definiva alcuni suoi quadri una cara amica ora scomparsa. La sequenza dei bozzetti e la quantità tennero impegnate le due ragazze che, con curiosità mal celata, giravano una pagina dopo l’altra o sfogliavano, aprendole con cura, le tovagliette così ben ripiegate.
         “Evidentemente piacciono”.
         Pensò al gongolante.
         Chiesero perché dipingesse quei soggetti, cosa lo stimolasse a disegnare quelle forme e perché non dipingeva altri soggetti.
         Eleni si rivolse ad Al, raddrizzandosi sulla schiena e ravvivando i capelli facendoli scivolare sulle dita a mo’ di pettine. Con serietà:
“potresti dipingere anche i paesaggi di Creta, sono così affascinanti e poi potresti venderli ai turisti”.
         Per quelli basta una macchina fotografica, non serve un pittore e poi ce ne sono ad ogni angolo che scopiazzano le cartoline e poi spacciano i disegni come fossero vedute reali”.
         “Dipingeresti il volto mia figlia interpretando una sua foto con la tua tecnica?”
         Chiese Lavy.
         “Beh, ci posso provare, mandami una sua foto per email”
         “Per me cosa dipingeresti?”
         Intervenne Eleni che non voleva farsi soffiare la scena di quel teatrino che stava nascendo.
         Al la guardò sornione e ridendo di gusto:
         “per te dipingerei la tua cosina, ne farei un’opera d’arte”.
         Eleni, per la prima volta, arrossì e si voltò, con fare sdegnato, verso la collega come per dirle:
         “ma senti questo”.
         “Ho detto qualcosa che non va? Ti ho forse offeso? Sei così pudica?
         “M no, ma sei così, così ……”
         Cercò la parola,  e chiedendo  l’aiuto dalla collega guardandola e, battendo, con stizza, un piede sul pavimento esclamò.
         “Diretto”.
         Consigliò Lavy.
         “No, sfacciato”.
         Incalzò Eleni ed Al rispose.
         “Sfacciato, forse, però sincero”
         E visto che nessuna delle due rispondeva.
         “E’ un’ idea, non un obbligo. Non lo sto chiedendo, lo sto solo proponendo”
          E dovette sudare le classiche sette camice per spiegare la differenza tra chiedere e proporre. La spiegazione stemperò la tensione che si era venuta creando. Lavy rimase sorridente ed Eleni un po’ alla volta perse il broncio.
         “E’ proprio abile questa donna”
         Si convinse Al che riprese, con la sua solita aria indifferente o, se vi pare meglio, con la solita faccia di bronzo.
         “Come non detto ma la proposta rimane valida”.
         “Sei proprio incorreggibile”
         Lo apostrofò sorridendo Lavy.
         Eleni intanto si era avvicinata ai due clienti, che dall’altro lato del bancone parlottavano, chiedendo loro se bevevano altro.
         Al ordinò un altro ”elleniko sckieto” all’amica moldava. Eleni colse l’occasione della lontananza della collega e avvicinandosi all’orecchio di Al:
         “mi piacerebbe vedere come la dipingi”.
         “Gavea intivà, a xe proprio vaca”.(avevo indovinato, è proprio vacca)
          Pensò Al guardandola negli occhi e:
         “quando vuoi il mio atelier è a tua disposizione, anche questa sera”.
         “Cosa?”
         “La mia casa”.
         Ribadì.
         “Al, te l’ ho già detto, presto verrò”.
         E si scostò poiché ritornava Lavy che mostrò soddisfazione per Al, battendogli
un buffetto sulla guancia e col dito alzato.
         “Al biricchino”
         Chiacchierarono ancora.  Al, su richiesta, spiegò la sua tecnica di pittura. Non amava la tela per dipingere ma le tavole di legno. Si faceva fare i telai da un falegname, ce n’era uno proprio a dieci metri da casa sua. Glielo aveva indicato Lavy, lui neppure si era accorto che attaccato alla sua abitazione c’era un minuto laboratorio di falegnameria.  Un tedesco che otto anni prima, come lui, aveva abbandonato la patria e si dedicava a piccoli lavori di restauro di mobili antichi per sbarcare il lunario.
         A Creta, se non fai il turista e ti adegui alla vita degli abitanti dei paesini, basta veramente poco per vivere.
          Le tavole poi le trattava con un impregnante all’acqua e successivamente vi stendeva, rasando, del gesso Bologna, resine e altri pigmenti:  mistura che in venti anni era riuscito ad ottimizzare ed ora era la sua formula segreta. Sulla superficie ottenuta lavorava con matite acquarellabili e tempere in modo che l’acqua facesse penetrare il colore nello strato di gesso come nell’affresco. Infine alcune velature ad olio facevano risaltare i chiari e scuri. Spesso dorava parti di superfici con emulsione collosa e foglia oro.
          La descrizione tenne alta l’attenzione delle ragazze che si dimostrarono soddisfatte esclamando l’una:
         “Ma è così complicato!”
         E l’altra.
         “Complicato ma interessante, come il pittore”.
         “Vedo!”
         Esclamò divertita Lavy all’indirizzo dell’amica e iniziò le attività di chiusura del kafeneio.
         Al finì di sorseggiare il caffè, poi veloce si avvicinò ad Eleni, chinata ad osservare e sfogliare il blocco di schizzi, la baciò leggermente sulla nuca. Lei si drizzò guardandolo con un sorriso stupito, appena abbozzato.
         Al salutò le amiche e i due avventori.
                                     “Kalinychta”.
        Georgos sdraiato sulla poltroncina e con i piedi sulla sedia,                      rivolti al fuoco, dormiva.
        Al mise le mani in tasca e uscì speranzoso.
 
 
 
 
 
 
(1)  formula di cortesia nel porgere qualcosa)
(2)   (cosa buona, una manna)